Storie che riconnettono: le foto e un intervento di Ilaria Olimpico

… tutto è iniziato sentendoci radicati in questo spazio e poi abbiamo avuto modo di essere consapevoli, avendo il tempo per parlare, connettendoci con i nostri pensieri senza interruzioni, …. godendoci i nostri stessi silenzi… abbiamo preso consapevolezza dei pensieri dell’altro, trattenendo quelle che erano le nostre curiosità e rispettando i silenzi dell’altra persona e osservando poi il modo in cui i suoi pensieri riprendevano il flusso o non lo riprendevano… e poi abbiamo avuto modo di essere presenti, ma insieme, uniti, e vedere la capacità del gruppo di creare storie e arricchirle aggiungendo uno sgaurdo diverso, suoni diversi… sento che ciò che è avvenuto è stato molto potente… grazie!”

Questa è la testimonianza che racchiude il cuore del laboratorio “Storie che Riconnettono: una pratica di pace” che si è svolto sabato 8 febbraio 2025.

Il laboratorio è stato ospitato, organizzato e promosso da La Piccola Scuola di Pace Pierluigi “Gigi” Ontanetti, Quartiere 4 – Isolotto di Firenze. Un grazie particolare a Irene L’Abate e Giovanni Scotto.

Durante il laboratorio si è fatta esperienza della metodologia Storie che Riconnettono come pratica di pace.

Riguardando il laboratorio da una prospettiva ex-post, il titolo potrebbe essere: “Storie di persone che hanno cura del mondo”.

La premessa

Ineffetti, la premessa e supposizione che ha guidato la preparazione del laboratorio è stata proprio quella di lavorare con un gruppo di persone che possono dire “I care”, “Mi prendo cura”. Questa premessa e supposizione era supportata dalle risposte sulle motivazioni a partecipare condivise nel form di registrazione.

Storie che Riconnettono risponde all’esigenza di supportare le culture di pace in tempi di policrisi promuovendo la connessione, l’ascolto profondo e la compassione, il coraggio, la creatività, e l’immaginazione.

In particolare, in questo caso ha risposto all’esigenza di supportare chi co-crea, abita e nutre queste culture di pace, chi si inserisce in quella che Joanna Macy chiama la storia della Grande Svolta (Great Turning), in cui scegliamo di vedere questo momento storico, nè con le lenti del Business as usual, nè con le lenti del Great Unraveling e del disastro irrimediabile, ma come un momento opportunità di transizione globale da una società industriale che distrugge la vita verso una società che sostiene e rigenera la vita. È una chiamata collettiva a un cambiamento profondo, ecologico, sociale e spirituale.

Il percorso

L’invito del laboratorio è stato alla connessione, alla compassione e al coraggio.

Il percorso è stato preparato seguendo la mappa di Storie che Riconnettono, in particolare, sovrapponendo le mappe della Teoria U di Otto Scharmer e del Work That Reconnects – Lavoro che Riconnette di Joanna Macy.

Il Work-that-Reconnects WTR è stato sviluppato dall’attivista statunitense Joanna Macy. Si concentra sulla riconnessione con la natura e sull’azione per affrontare le sfide ambientali e sociali. Attraverso pratiche di consapevolezza, esplorazione emotiva e condivisione di storie, il WTR aiuta le persone a superare la disconnessione, a esprimere il dolore per la crisi ecologica e a trovare il coraggio per la trasformazione. Il viaggio interiore dell’attivista appare come una spirale di interconnessione con quattro fasi successive o movimenti che si alimentano a vicenda. Queste quattro fasi sono: 1 aprirsi alla gratitudine, 2 onorare il nostro dolore per il mondo, 3 guardare con occhi nuovi, 4 andare avanti.

La Teoria U è un modello di leadership e di trasformazione personale e organizzativa sviluppato da Otto Scharmer, professore del Massachusetts Institute of Technology (MIT). Questa teoria propone un approccio innovativo per affrontare le sfide complesse, passando da una leadership ego-centrica a una leadership con visione e consapevolezza eco-centrica. La Teoria U accompagna le persone e le aziende nella costruzione di una visione condivisa e verso l’azione concreta per realizzare il “futuro che emerge”. La Teoria U segue un processo di apprendimento a forma della lettera U e prevede 5 fasi: 1 co-iniziare, 2 co-sentire, 3 presencing (neologismo creato da Otto Scharmer da sensing+presence), 4 co-creare, 5 co-evolvere.

Co-iniziare – coltivare connessione e gratitudine

Abbiamo iniziato con la pratica del cerchio di condivisione, invitando ognun@ a condividere l’intenzione che l’aveva guidat@ a questo incontro.

Alcune persone sono state guidate dal bisogno di storie “altre”, alcune dal desiderio di continuare un cammino intrapreso alla Piccola Scuola di Pace, alcune sono state spinte dalla curiosità, alcune non avevano particolari aspettative.

Ci siamo poi alzat3, abbiamo messo i nostri corpi in movimento, nello spazio.

Il gruppo è stato invitato alla connessione con la Terra, con il corpo, con il Sè, attraverso una pratica di grounding e consapevolezza.

Ci hanno guidato tre parole: Radicat@, Consapevole, Presente. Abbiamo reso visibile con i nostri corpi la risonanza di queste tre parole, tramite movimenti o sculture corporee. Questa attività è ispirata dalla pratica GAP di David Rome ed è integrata a pratiche di embodiment, più vicine al teatro immagine (Teatro dell’Oppressa-o) e al Social Presencing Theatre. L’acronimo GAP sta per le parole in inglese: Grounded, Aware, Present; è una struttura semplice e potente che David Rome utilizza nel Mindful Focusing.

“… mi sono piaciute le tre parole dell’inizio… anche il tuo reminder durante il tempo mi ha fatto ricentrare…” (testimonianza di una partecipante)

Dalla connessione a noi, al momento presente e alla Terra, abbiamo incontrato l’altro nella gratitudine. L’invito è stato: “incontrando l’altro, condividete per cosa siete grat3 oggi”. La gratitudine è il primo passo nella Spirale del WTR di Joanna Macy, perché prepara il terreno emotivo e spirituale per affrontare i momenti difficili del processo, ed è la base che ci sostiene quando si affrontano le sfide.

Co-sentire: Onorare il dolore del mondo – storylistening, ascolto profondo, compassione

Il gruppo è stato invitato a praticare l’ascolto profondo in coppia, in un setting protetto che è basato sulla consapevolezza e l’accoglienza radicale. Il tema è stato “onorare il dolore del mondo”.

La condivisione ha coinvolto diversi canali sensoriali: immagini, parole, linguaggio poetico e movimento corporeo.

Siamo partit3 dalla domanda: Quale ferita del mondo mi tocca, o mi spacca il cuore?

Ciascuna persona ha risposto scegliendo un’immagine tra le tante immagini disposte sul pavimento.

Partendo da questa immagine, ognun@ ha potuto condividere il suo dolore per il mondo. Il setting di questo particolare ascolto profondo è ispirato sia dai quattro livelli di ascolto della Teoria U, sia dal setting di partnership del Focusing.

In sintesi, si è chiamat3 a:

  • aprire la mente, ascoltando con curiosità sia noi stess3 che l’altro,
  • aprire il cuore, allenando l’empatia e l’autoempatia, estendendo la capacità di compassione
  • aprire la volontà, agendo da un luogo di coraggio.

Ognun@ nella coppia aveva 15 minuti per parlare ed essere ascolta@ in silenzio. L’invito era anche di rimanere nel silenzio, poter assaporare le parole, avere il tempo di sentire l’eco delle parole nel corpo di chi le pronuncia. Questo invito arriva dal Focusing e dalla pratica di stare accanto al “felt sense” 8sensazione significativa), è una pratica da apprendere e affinare col tempo. Per alcune persone, questi 15 minuti sono stati tanti. Essere in silenzio solo ad ascoltare senza intervenire è inusuale. Questi 15 minuti, per alcune persone, sono stati la parte più sfidante del percorso.

“il quarto d’ora è sembrato molto lungo… era difficile non poter interagire, avevo bisongo di chiedere, capire … è stato difficile, ma utile…” (testimonianza di una partecipante)

non siamo abituati ad ascoltare… è uno sforzo che non siamo abituati a compiere… l’ascolto è anche fatto di interazione…” (testimonianza di una partecipante)

Come ho avuto modo di specificare dopo aver sentito queste condivisioni, questo particolare setting di ascolto in coppia, si configura per chi ascolta non come uno spazio di conversazione (di spazi di conversazione ne abbiamo già) ma, piuttosto, chi ascolta offre la propria presenza e permette all’altro di potersSI ascoltare.

“… anche io non sono riuscita a riempirli tutti… ma i 15 minuti sono necessari… è come esercitare un muscolo…” (testimonianza di una partecipante)

“mi è piaciuto anche il silenzio… ti dà il tempo di riflettere su quello che senti… non siamo abituati a stare in silenzio… bisognerebbe essere capaci…” (testimonianza di una partecipante)

mi ha fatto piacere rallentare… mi sono sembrati un’enormità ma è una cosa molto bella rallentare” (testimonianza di un partecipante)

Dopo i 15 minuti, chi ascolta è invitat@ a fare eco a quello che ha ascoltato, restando nella dimensione del metaforico e dell’analogico, usando un linguaggio poetico e corporeo. Non si tratta di consolare, suggerire, dare consigli, trovare soluzioni, ma piuttosto di co-creare uno spazio di ascolto radicale in una cornice di possibilità emergenti e apprendimento.

In cerchio, in plenaria, le coppie sono state invitate a condividere al centro del cerchio le risonanze corporee e poetiche, anche sovrapponendosi e intrecciandosi, in un movimento dalla storia individuale alle storie collettive.

Co-creare – fare speranza – nutrire il coraggio

Il gruppo è stato invitato a passare dall’onorare il dolore al “fare speranza”.

Questa espressione diventa una caratteristica di Storie che Riconnettono. “Fare Speranza” deriva da una citazione di Maoz Inon in una conversazione con Aziz Abu Sarah. ‘La speranza non è qualcosa che si trova o si perde, ma qualcosa che bisogna attivamente creare… Come l’amore, non puoi crearla da solo, lo fai con gli altri, e insieme iniziamo a immaginare un futuro migliore, per poi agire per trasformare quel futuro in realtà’.

Per me è un’eco della concezione di Speranza Attiva di Joanna Macy:

La Speranza Attiva non è un pensiero di augurio. La Speranza Attiva non è aspettare di essere salvat3 da qualche salvatore. La Speranza Attiva è risvegliarsi alla bellezza della vita in nome della quale possiamo agire. Apparteniamo a questo mondo. La rete della vita ci sta chiamando in questo momento. Abbiamo fatto molta strada e siamo qui per fare la nostra parte. Con la Speranza Attiva, realizziamo che ci sono avventure che ci attendono, forze da scoprire e compagni con cui intrecciare le braccia. La Speranza Attiva è la disponibilità a scoprire le forze dentro di noi e negli altri; la disponibilità a scoprire le ragioni per sperare e le occasioni per amare. La disponibilità a scoprire la grandezza e la forza dei nostri cuori, la rapidità della nostra mente, la fermezza del nostro scopo, la nostra autorità interiore, il nostro amore per la vita, la vivacità della nostra curiosità, il profondo e insospettato pozzo di pazienza e diligenza, l’acume dei nostri sensi e la nostra capacità di guidare. Nessuna di queste cose può essere scoperta su una poltrona o senza correre rischi.

… sono grata per sentire ancora la “chiamata” che si risveglia ogni volta in incontri come questo…”. (testimonianza di una partecipante)

Per sentire questa chiamata alla Speranza Attiva, siamo partit3 di nuovo da una domanda a cui ogni persona ha risposto scegliendo un’immagine.

La domanda è stata: quale futuro emergente mi chiama? Ossia quale futuro nel suo più alto potenziale ha bisogno di me, proprio di me, per manifestarsi, per essere realizzato?

Questa domanda è ispirata dal linguaggio della Teoria U e spinge verso un capovolgimento di prospettiva: da noi che guardiamo al futuro al futuro emergente che guarda noi per essere realizzato tramite noi.

E’ stato il momento per co-creare collage in piccoli gruppi usando le immagini sia della ferita del mondo, sia del futuro emergente.

… le storie con le immagini ti fanno portare tante esperienze da dentro ma anche ti lasciano tanta libertà, non devi per forza sviscerare… basta lasciarti accompagnare da quello che vedi… mi dà libertà di potermi esprimere….” (testimonianza di una partecipante)

I piccoli gruppi hanno co-creato il collage in silenzio, negoziando significati possibili, accostando le immagini, formando collage a forma di percorso o di forma a raggiera con un centro, o collage di raggruppamenti con immagini in direzioni diverse.

Il gruppo grande ha viaggiato di collage in collage, tutto il gruppo ha improvvisato una colonna sonora e poi il piccolo gruppo che ha creato il collage ha improvvvisato una storia collettiva, in cui ognun@ aggiungeva un tassello.

questa attività mi è piaciuta tantissimo… il gruppo ha una potenza illimitata…” (testimonianza di una partecipante)

… c’è il bisogno di scrivere nuove storie che sono le nostre storie… e lo abbiamo fatto… questo mi entusiasma! … è venuto grazie al lavoro che ci hai proposto e grazie a tutti che si sono messi in gioco! Siamo partiti dal corpo e dalle emozioni… Stiamo costruendo una nuova storia…” (testimonianza di una partecipante)

Le immagini che ho portato sono un misto di immagini casuali da riviste, immagini di opere di artist3 (tra cui Liu Bolin, Bruno Catalano, Abdalla Al Omari, Karin Mack, Ewa Partum, etc), illustrazioni della mia amica artista Samantha Papetti, e immagini del progetto creativo Story Lab di TheAlbero.

Co-evolvere – apprendimenti

la tua modalità è stata molto gentile… siamo stati accompagnati… è stato veramente bello… quindi grazie…

…riconosco anche io la modalità leggera di gentilezza … mi è piaciuto moltissimo…”

In cerchio, abbiamo “ripercorso il percorso”, ricordando le fasi del viaggio e abbiamo condiviso le riflessioni. L’invito è sempre di condividere come è andata, considerando cosa ci è piaciuto e anche cosa abbiamo trovato “difficile” o “scomodo”. Questo è sia un modo per capire qualcosa in più su di noi, sia un modo per chi facilita di ricevere feedback e affinare, declinare in modo diverso, rendere accessibile, o anche modificare totalmente la proposta.

Mi sento tanto piena… è importante sentire ciò che poi si sedimenta…” (testimonianza di una partecipante)

Alcune persone hanno manifestato il desiderio di un laboratorio più lungo, riconoscendo l’intensità del percorso. Il laboratorio è durato 4 ore, ed è il minimo di tempo, condensato e intenso, in cui attraversare tutte le fasi. Il percorso potrebbe essere vissuto in un tempo più dilatato per prevedere momenti di journaling, di approfondimento della modalità di ascolto silenzioso, di condivisione in piccoli gruppi, e una parte più estesa dedicata a “i prossimi passi concreti”.

Alcune riflessioni hanno riguardato la composizione del gruppo, intergenerazionale e a maggioranza di donne.

ho sentito questa connessione con persone tanto più grandi di me… è stato bello…” (testimonianza di un partecipante”)

In particolare, una partecipante era molto commossa dalla partecipazione di lacune persone molto giovani. Ha sentito speranza.

“… poter esprimere le emozioni vuol dire essere liberi, poterlo esprimere liberamente e non sentirsi giudicati… soprattuto gli uomini renderebbe liberi…” (testimonianza di un partecipante)

Si è auspicato un maggiore coinvolgimento degli uomini in laboratori come questo e ha avuto eco la riflessione su un diverso modo di vivere ed esprimere le emozioni da parte degli uomini.

L’invito del laboratorio aveva al centro: coltivare e nutrire connessione, compassione e coraggio, in particolare sostenere le persone che si prendono cura del mondo.

per me è stato sorprendente… sono arrivato stanco, te lo devo dire, ma mi sono ricaricato… quattro ore pensavo fossero infinite, ma il tempo è volato…

“… la parola generale per me credo sia coraggio…”

“… mi sento pienamente connessa con me stessa, e al tempo stesso, con gli altri, con tutte le emozioni, i pensieri, le parole…”.

Come facilitatrice, porto con me queste ultime testimonianze come una conferma del bisogno di questo tipo di lavoro e ho molta gratitudine per il gruppo, lo spazio, la Vita.

Mitakuye Oyasin,

Ilaria

PS: Se vuoi organizzare un percorso – breve o lungo – di Storie che Riconnettono per la tua associazione, organizzazione, azienda o gruppo informale, puoi contattarmi via email

ilarialmp@gmail.com

Note metodologiche StR

Storie che Riconnettono è un ramo di Teatro e Storie che Riconnettono (TStR), una metodologia emergente di Arti Sociali del Collettivo artistico TheAlbero.

Nasce dall’integrazione di diverse metodologie, come: Work that Reconnects (Joanna Macy), Social Presencing Theatre (Arawana Hayashi) e Theory U (Otto Scharmer), Estetica dell’Oppress@ (Augusto Boal), Focusing (Eugene Gendlin, Ann Weiser Cornell), Dragon Dreaming (John Croft), Teatro Rituale (Hector Aristizabal).

Il ramo Teatro che Riconette (TR) è sviluppato da Uri Noy Meir, il ramo Storie che Riconnettono (StR) è sviluppato da Ilaria Olimpico.

StR può essere considerato una mappa a spirale di un viaggio ispirato dal linguaggio dei tre metodi sopra menzionati e creato dalla sovrapposizione della Spirale del WTR e del percorso a forma di U della Theory U.Il viaggio inizia con una connessione alla Terra, con gratitudine e con un atto di fare spazio; segue una transizione verso l’Acqua, dove si è invitat3 a onorare il nostro dolore per il mondo e le nostre ferite, impegnandosi nel sentire profondo e nel co-sentire; poi, con coraggio, si attraversa una soglia di Fuoco, dove, simbolizzando e co-creando, è possibile vedere con occhi nuovi; infine si arriva all’Aria, andando avanti, accogliendo e co-evolvendo.

StR si radica in una pratica di ascolto e condivisione tanto antica quanto fresca (Council circle). Applica uno spostamento dell’attenzione dallo storytelling allo storylistening, combinando elementi della Teoria U (Scharmer) e l’approccio del Focusing (Gendlin; Weiser Cornell). Sposa una riflessione post-coloniale su “chi narra” e “cosa sceglie di narrare” (Mernissi), sull’importanza della pluralità delle storie (Edward Said; Franz Fanon; Chimamanda Ngozi Adichie). Si basa sulla consapevolezza della dimensione trasformativa delle storie che fa riferimento alla narrazione come atto di consapevolezza (Daniel Siegel).

StR considera le arti come linguaggi simbolici, mezzi di consapevolezza e modi per rendere visibile l’invisibile.Lo spazio estetico rende possibile vedere e percepire noi stessi nel qui e ora e nel nostro infinito processo di divenire.La distanza estetica ci permette di osservare con compassione e coraggio tutto ciò che viene visto e sentito, sia dentro di noi che all’esterno.

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